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Le più antiche tradizioni di questo piccolo centro etneo sono profondamente legate alle tipiche attività lavorative e alle festività religiose che sin dalle origini si svolsero attorno alla chiesetta dedicata a S. Andrea.
Le prime famiglie che si stabilirono a Milo e a Fornazzo si dedicarono particolarmente al taglio del bosco, alla lavorazione del legno e alla produzione di carbone, attività che ancora resistono anche se con un’incidenza economica complessiva minore. La lavorazione del legno avveniva con attrezzi rudimentali ed era lavoro di alta specializzazione che si imparava dopo lungo tirocinio dai “mastri d’ascia”; adesso nelle segherie di Fornazzo si adoperano macchinari moderni che rendono tutto più facile e veloce.

Il carbone si continua a preparare seguendo gli antichi procedimenti, assai complessi, che vanno dal taglio delle piante, alla sezionatura del materiale, dalla preparazione del “fussuni” fino alla sua accensione. Un’altra attività tradizionale che continua ad avere una certa rilevanza economica è la lavorazione della pietra lavica dalla quale si ricavano “basole” e “bolognini” per pavimentazione, stipiti, arcate, “facci ‘i vista” per muri di contenimento; un tempo dalla pietra lavica si ricavavano anche oggetti d’uso domestico come “scifi” (contenitori), “pile”, mulini per macinare il grano.
Un’attività ormai scomparsa, ma che a Fornazzo per parecchi anni creò occasione di lavoro per molte famiglie, fu la conservazione e commercializzazione della neve, conservata nelle “tacche” della Cerrita, di Monte Caliato e della stessa Fornazzo, tagliata a blocchi nella stagione estiva e trasportata a dorso di mulo fino a Catania o a Riposto da dove era spedita via mare fino a Malta. Fra tutte le attività della tradizione milese, la coltivazione della vite e la vendemmia, che ne è il momento conclusivo di corale partecipazione, sono le più conosciute.

Tacca da nivi di Don Puddu

Fino agli anni del secondo dopoguerra la vendemmia era ancora una grande festa: per tutto il mese di ottobre Milo si popolava di vendemmiatori e “pistaturi” dei paesi vicini che in “ciurme” più o meno numerose, in rapporto alla estensione dei vigneti, si avviano al lavoro con le prime luci dell’alba. Nel vigneto c’era chi raccoglieva e chi trasportava l’uva fino al palmento dove i “pistaturi” la trasformavano in mosto, schiacciando con i piedi i grappoli nel “pista”, una grande vasca in muratura e pietra lavica.

Pistaturi

La tradizione voleva che per la vendemmia si assaggiasse la prima “pasta e ceci” dell’anno e che suonatori di organetto accompagnassero ritmicamente il lavoro dei “pistaturi”. Ancora adesso, le moderne cantine, a Milo, ripropongono alcuni di questi momenti durante il periodo della vendemmia per fare rivivere ai turisti l’atmosfera briosa di un tempo.

Tra le feste religiose più legate alle tradizione milese sono quelle di S. Antonio, del Corpus Domini, dell’Immacolata (il 1° di novembre) e, naturalmente quella del patrono S. Andrea.
Il 17 gennaio, o meglio la domenica più vicina a questa data, un tempo i milesi festeggiavano con grande devozione S. Antonio, protettore degli animali domestici: soprattutto asini e muli venivano condotti nello spiazzale davanti alla Chiesa dove il parroco impartiva loro la santa benedizione.
Per l’occasione le donne preparavano “i cuddureddi” (ciambelle di farina) che gli uomini portavano in chiesa per farle benedire e distribuirle ai presenti, ai bambini, ma anche agli animali che sostavano davanti alla Chiesa.
A giugno si festeggiava (e si festeggia ancora) con grande partecipazione popolare il Corpus Domini; già nel 1700 il SS. Sacramento veniva portato in processione per le strade del borgo, accompagnato da un suonatore di tamburo e alla fine della processione i paesani si godevano i “mortaretti, solfarelli e fontanoni” realizzati da Mastro Rosario Foti.

Fercolo di S. Andrea

A S. Andrea era riservata, naturalmente, la festa più bella che ancora oggi rimane l’avvenimento più atteso dell’anno. L’ultima domenica di luglio è grande la festa per tutti i milesi che portano la statua del santo in giro per il paese accompagnato da un’imponente processione di fedeli e dalla banda. Tradizionale è diventata negli anni la “cantata”: un coro di voci che intonano un inno al santo protettore a cui più volte i milesi hanno affidato le sorti del paese minacciato dall’Etna.
(Testo di Paolo Sessa)

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